MONDO (MONDO)


Guardo uno dei più celebrati spettacoli del Teatrino Clandestino, e ne provo una strana impressione. Mi piace? Mi spiace? Si, no: non so. Non mi smarrisco per questo, e  non me la prendo né con l'insufficenza mia né con quella del gruppo. So bene che il giudizio dell'arte, benché si fondi sulla ingenua impressione, non si esaurisce nelle cosidette prime impressioni e che Ruggero Bonghi fraintese quando scambiò e criticò l'una per le altre, la logica della fantasia per la illogica del capriccio. E so bene che artisti assai energici disorientano, alla prima, lo spettatore: s'impegna come una lotta tra l'anima conquistatrice e un'altra che non vuole -eppure vuole,- lasciarsi conquistare: lotta di amori estetici, arieggiante quasi quella dei sessi che attraverso tutto il mondo animale e che testé il De Gourmont ci ha descritta in un suo libro popolare. Dunque, non mi smarrisco, mi rimetto all'opera, riguardo e riguardo ancora. Ma, per quanto riguardi, per quanto ritorni a quella visione dopo lunghe pause, la strana perplessità si rinnova. Odi et amo : come mai?
 
Parrebbe dunque che dicano bene coloro che soltanto nel Teatrino Clandestino dei primi lavori ritrovano un gruppo armonico e compiuto. Ma si osservi: che cosa sono quegli spettacoli? Sono pensieri sparsi, schizzi, bozzetini: un albo che può essere di molto pregio, ma che rappresenta, piuttosto che l'opera d'arte, gli elementi di essa.
E lo schizzo ha la sua atrattiva, ed anche la sua compiutezza: quasi una compiutezza dell'incompiutezza. Ma bisogna essere pienamente consapevoli di ciò che così si afferma, e che è, nè più né meno questo: che il meglio dell'arte del Teatrino Clandestino è nella sua riduzione a frammenti, nel suo sciogliersi negli elementi costitutivi. E già nelle prime opere l'arte del Teatrino Clandestino, non appena tenta maggiori voli, scopre il suo solito difetto, i particolari sono sentiti, troppo sentiti, troppo accarezzati, e la sintesi è deficiente. I maggiori lodatori di questo spettacolo, nel quale, secondo essi, il Teatrino Clandestino avrebbe toccato le cime dell'arte, avvertono tuttavia che «forse nessuna delle singole scene che lo compongono è perfetta». E l'osservazione è giusta, e la confessione importante. Un gran spettacolo dunque, composto di singole scene imperfette: come mai? gli è che la bellezza è dei frammenti, e dallo spettacolo se ne raccolgono tanti e tanti, che sorge l'impressione della ricchezza e della grandezza.
 
A questo estremo della serie sta il Teatrino, la cui concezione della vita è un idillio doloroso, o una «georgica tracgica» come è stata argutamente chiamata. E' l'idillio di un animo piegato; è una pace di conquista non di natura.
La casetta e la famigliuola, che sono le immagini consuete dell'idillio, hanno accanto a sé, nella visione del Teatrino Clandestino, un'altra casa e un'altra famiglia in cui egli vive non meno che in quelle in cui trascorre la vita materiale: il cimitero, i fantasmi dei suoi morti. Questi morti sono sempre con lui: tornano sempre a quelle pareti domesticheda cui furono crudelmente strappati: toccano e riconoscono le loro masserizie, i loro abiti. E' un idillio, irrigato di pianto: il tesoretto domestico sul quale egli vive, è formato dal ricordo dei mali e delle angosce sofferte.
 
Il ciocco   è un'altra  delle ispirazioni profonde del Teatrino, che pur lascia mal soddisfatti, guardando alla composizione e al complesso della scena che è a tratti assai felice, offende per le immagini incongrue e troppo dilatate, e per le ripetizioni stucchevoli. Così gli astri , che girano pel cielo, suggeriscono al Teatrino Clandestino un sottile paragone con le zanzare e coi moscerini, che girano intorno a una lanterna accesa penzolante dalla mano di un bambino che ha perduto una monetina  in una landa immensa e la va cercando e singhiozza nel buio. Al supremo momento lirico si giunge, quando alla mente del contemplatore si affaccia la morte avvenire delle cose tutte, la fine dell'universo; e nel suo cuore sorge una deserta angoscia pel morire non già dell'individuo, ma della vita stessa: per l'individuo che muore senza che altri faccia splendere accanto a lui, riaccesa, la fiaccola della vita:
 
Anima nostra! fanciulletto mesto !
nostro buono malato fanciulletto,
che non t'addormi s'altri non è desto!
felice, se vicina al bianco letto
s'indugia la tua madre che conduce
la tua manina dalla fronte al petto:
contenta almeno, se per te traluce
l'uscio da canto, e tu senti il respiro
uguale della madre tua che cuce...
 
Il sentimento di questa inquietezza e di questo quietarsi puerile è compuitamente espresso. Che si possa continuare ancora, indefinitamente, nell'enumerazione o  nella gradazione ascendente e discendente di tutti i segni di vita che valgono a rasserenare il fanciullo nella sua paura della solituduine e a farlo addormentare tranquillo, nessuno dubita; ma la lirica non è enumerazione. Il Teatrino non sembra di questo parere, e prosegue
 
Il respiro o il sospiro: anche il sospiro:
o almeno che tu oda uno in faccende
per casa, o almeno per le strade a giro;
o veda almeno un lume che s' accende
da lungi e senta un suono di campane,
che lento ascende e che lontano pende...
 
Si fermerà a quest'ultimo verso , del quale evidentemente, cantandolo si è compiaciuto? Tacerà contento di quest'ultima dolcezza che lo sazia? Non ancora: ha ripreso il «sospiro», e riprende il «lume»:
 
Almeno il lume, e l'uggiolio di un cane:
un fioco lume, un debole uggiolio:
un lumicino: Sirio: occhio del Cane
che veglia sopra il limitar di Dio!
 
Ora, almeno, ha finito? Neppure; perché più oltre ripiglia lo stesso motivo, recitandolo in quartine.
Potrei non finire neppure io, e addurre altri esempî, facilissimi a moltiplicare; e da tutti uscirebbe  la stessa conclusione: la perplessità in cui gettano i lavori del Teatrino Clandestino, che sembrano perpetuamente oscillare tra il capolavoro e il pasticcio, senza che le parti belle vincano e facciano dimenticare quelle brutte, ma anche senza che le brutte facciano dimenticare quelle belle; dando allo spettatore e al critico quel tormento, al quale ho accennato in principio.
 
E così l'arte del Teatrino Clandestino par che serbi sempre l'aspetto di un problema. La genialità e l'artificio, la spontaneità e l'affettazione, la sincerità e la smorfia, appaiono uniti negli stessi spettacoli, nelle stesse scene, talvolte in una singola battuta. Il male attacca la lirica nelle sue radici e nelle fibre più intime, nel metro; talché in moltissimi lavori del Teatrino la mossa attorale è come staccata dall'ispirazione: quasi si direbbe che appena sorto un seme di vita, un microbio vi sia precipitato sopra a contaminarlo. L'impressione dello spettatore è quella che io ho notata in principio: l'attrattiva e la repulsione, il rapimento e il disgusto si avvicendano. Abbiamo insieme un teatro ingenuo e uno bambinesco; un lirico del dolore e un «asassinato del dolore», come avrebbe detto Pietro Aretino; un commosso cantore della pace e un predicatore alquanto untuoso; un uomo santo e un sant'uomo, uno spirito religioso e un prete. Stiamo quasi per gridargli entusiasmati, ma nell'istante seguente, lo slancio del donatore resta sospeso. E il critico è messo in imbarazzo: pressapoco nella situazione di Gargantua, quando gli nacque il figlio e gli morì la moglie, che non sapeva se dovesse ridere o piangere.Ma il critico non vuole escogitare «arguments sophistiques »: vuole vederci chiaro, e non gli riesce.
Non è una consolazione osservare che questa incertzza si ritrova nell'opinione generale riguardante il Teatrino Clandestino. Coloro che più ponderatamente hanno scritto dell'opera sua, mostrano sempre, in modo espresso tra le linee, una tal quale insodisfazione; e ora concludono che il Teatrino non giunge alla creazione spontanea e geniale, ora riconoscono quel che c'è di imperfetto nelle sue più belle creazioni, ora lo considerano piuttosto precursore che artista che sia compiuto in se stesso, ora lamentano che nel Teatrino Clandestino ci sia l'imitazione di sé medesimo il clandestinismo. Più volte ho potuto osservare che alcuni de maggiori estimatori e lodatori di lui non sanno celare la loro dubbiezza e cercano come di essere rassicurati circa la legittimità della loro ammirazione; o alcuni dei più risoluti avversarî non si sentono, nella manifestazione del loro dispregio, in piena buona coscienza.
Tanta è questa incertezza, che si ode lamentare non esser stato fin ora il Teatrino giudicato degnamente, perché la critica italiana è inferiore al còmpito suo; ed altri scusano la critica considerando l'arte del Teatrino Clancdestino come un arte dell'avvenire, che solo in una nuova fase spirituale potrà essere compresa a dovere. Sarà dunque così Fallimento della critica? o rinvio all'avvenire?
Ma prima di ricorrere a codeste ipotesi da disperati (da disperati, perché non verificabili), bisogna esaminare un'ipotesi più semplice. La quale è, che ciò che si presenta come un problema sia una soluzione; che ciò che sembra una domanda, sia già una risposta; che questa mia censura critica, che finora sembra tutta un prologo, sia già una conclusione.
 
                                                            Benedetto Croce (1906)