|
...La Tempesta di Shakespeare prende nome dall'antefatto, la scena prima dell'atto primo che in apparenza, sul piano quantitativo, è microscopica rispetto all'intero svolgimento del dramma, tuttavia ne è la madre. Si tratta di uno sconvolgimento che getta tutti in uno stato di separazione dal mondo gettando le esistenze in uno spazio simile alla pagina bianca in un libro.
Questo stato di annullamento del quotidiano fa emergere con forza il proprio stato di esistenti e ci mette nella condizione forzata di riflettere sul nostro rapporto con ciò o con chi ci esiste accanto, devasta per attimi interminabili tutte le sicurezze sulle quali poggiamo saldamente ma il suo scopo non è distruggere ma ravvivare.
Così possiamo ravvisare la Tempesta in molti momenti della nostra vita ad esempio il dolore per un amore che vacilla, la morte o la nascita di qualcuno o qualcosa, l'inesorabilità di compiere una scelta, la constatazione di ciò che è bello, la violenza di ciò che é brutto.
Stare in tempesta è come essere in stato di ebrezza come essere follemente innamorati, come piangere disperatamente, come non voler più, come tutto volere, come sussurrare a fil di labbra, come cantare a più non posso, come correre, come se tutto potesse finire, come se tutto è possibile, come sull'orlo del suicidio, come non potere più nulla su nulla, è il vortice che ti risucchia è il ventre che ti espelle è sentirsi infitamente bene e allo stesso tempo infinitamente male...
ci siamo imbattuti nel desiderio di raccontare ma al contempo del come raccontare (credo che sia inevitabile) e questo ci ha portati ad affrontare il lavoro in modo molto diverso dal solito perché in passato abbiamo affidato sempre alla poesia o meglio al poetico, che si sa è atemporale, tutto il peso della guida, intendo il guidare chi assiste e non solo attraverso l'intero svolgersi delle scene, qui invece come già preannunciato da "L'Idealista Magico" si tenta un assalto alla narrazione intesa nel suo significato, ma non nelle sue modalità, più diretto.
Raccontare è molto difficile, è complicato, la Tempesta di Shakespeare, è solo una parte del racconto che si ha sulla scena noi ne abbiamo aggiunta un'altra e poi un altra a creare una stratificazione di narrazioni che se da un lato sembra complicare dall'altro arricchisce e dilata lo spazio in cui le intuizioni dello spettatore possono liberamente vagare senza la preoccupazione della storia "oggettiva".
Un'altra direttiva importante in questo lavoro é il rapporto non voglio dire con la musica ma piuttosto con il musicale, varco a noi caro da sempre; non a caso il titolo si fregia anche della parola melologo ed é vero per me, che sto scrivendo e che curo la regia, che la sola drammaturgia che riesco a concepire è il suono, il suono non solo in tutte le sue manifestazioni acustiche ma e soprattutto nel suo alto valore ritmico; comunque il riferimento al melologo in questo lavoro è direttissimo infatti lo svolgersi completo dello spettacolo vede o meglio sente per tutta la sua durata scorrere musiche composte per testi recitati: musiche originali composte appositamente per lo spettacolo per testi più o meno originali non tralasciando i valori narrativi del melologo.
Non di minor valore è stato il lavoro sul pronunciare, si era scelto di adoprare una traduzione ottocentesca proprio per le difficoltà che avrebbe posto all'enunciazione, la volontà era quella di confrontarsi ancora una volta con la parola ma questa volta quasi con le singole parole quei piccoli incommensurabili ostacoli oltre i quali noi troviamo sempre stia il discorso..
one poi anche il problema inevitabile del come sia possibile, plausibile, la messa in scena di un testo che ha quattrocento anni, che relazioni possono esserci tra noi e il mondo e l'immaginario contenuti in questo testo? E se delle connessioni si possono intuire, come è possibile tradurle in termini teatrali cioè di rappresentabilità? L'impressione netta che si ha sulle prime, quando cioè ci si pone al lavoro è di impossibilità di rappresentazione, di impossibilità di pronunciazione, ma poi alcune chiavi si disvelano e qualcosa affiora, di certo, e questo lo abbiamo avvertito sin dal primo momento, non è l'attualizzazione la via che può connettere la nostra vita alla rappresentazione sulla scena, noi pensiamo ad ora, ancora una volta, che nelle parole, nella poesia, e nella dizione stia il ponte...
Avendo il lavoro drammaturgico, sia sul piano testuale che su quello rappresentativo, operato trasformazioni anche profonde a quelle che appaiono essere le intenzioni originarie della Tempesta va da sé che i personaggi non risultano più direttamente riconoscibili nelle loro tipiche sembianze, tuttavia la loro presenza essenziale rimane come valore basilare, rimane conservata sia a livello testuale che contestuale ovvero vengono evocati quando non invocati all'interno dell'atto enunciatorio ma non nella creazione del normale binomio personaggio attore.
Il testo teatrale noi lo abbiamo sempre adoperato come uno strumento, meglio, come un attrezzo, il testo, la rappresentazione del testo non è mai il fine del nostro lavoro; ne consegue che il testo non è il monolite attorno al quale orbitano le altre parti della rappresentazione ma è una delle componenti della drammaturgia completa, la drammaturgia è il linguaggio con cui la rappresentazione parla, se qualcosa della scenografia non va lo cambio o lo elimino, similmente faccio con la musica o con gli attori, non vedo perché dovrebbe essere diversamente con il testo, e poi ritengo che i testi di Shakespeare vadano adoperati, anche se non lo sono, come canovacci e così torno a dire che sì, sono degli attrezzi per giunta molto efficaci se ben adoperati...
i parlare in specifico della direzione di utilizzo del testo Shakespeariano in relazione con la nostra appartenenza al XX secolo e quindi indiscutibilmente con l'attualità possiamo dire che con il nostro spettacolo intendiamo far emergere l'importanza dell'esecuzione di un'opera mutuando questo termine e il suo valore dalla cultura musicale.
Siamo convinti dell'esecuzione come genitrice di attualizzazione; in questa visione si emancipa un'opera dalla riscrittura o la trasposizione temporale come mezzi per portarla ad un discorso sulla modernità .
Ciò che viene narrato da Shakespeare non è facilmente sovrapponibile alla nostra quotidianità; è la forma del nostro teatro, la nostra esecuzione in quanto viventi ora, la nostra ri-citazione che evidentemente fanno dialogare Shakespeare con il contemporaneo.
Questa chiarezza d'intento è stata raggiunta approfondendo e imbarazzandosi davanti a questioni sul senso di affidarsi ad un testo che ha più di quattro secoli, di cui tante sono le versioni, tante le traduzioni e le messe in scena. Sono affiorate riflessioni sull'adesione al percorso della cultura a cui maggiormente facciamo riferimento e sull'importanza di drammatizzare una narrazione comunemente nota per stabilire e desiderare una catartica comunanza onde aleggiarvici sopra e qui tentare l'esecuzione e le grammatiche teatrali...
|