OSSIGENO
Di Ivan Vyrypaev
“Questa sera ascolterete dieci composizioni da un album nuovo: Ossigeno”.
Inizia così la nuova produzione di Teatrino Clandestino, che per la prima volta in Italia, mette in scena questo testo del pluri-premiato giovane autore russo Ivan Vyrypaev.
Con la sua particolare struttura ritmica pop – sulla quale Pietro Babina ha costruito una partitura elettronica originale – e le sue forti tinte politiche permeate di ironia beffarda, Ossigeno racconta la storia di Andrea e Andrea, due giovani che si innamorano e che, attraverso la storia sgangherata e tragica del loro amore, ci parlano di come una generazione, quella nata negli anni settanta, abbia ereditato un mondo ormai consumato.
Scandito in dieci discorsi ispirati ai dieci comandamenti biblici, lo spettacolo rende testimonianza della “nuova confusione mondiale” e di come proprio quei fondamenti morali della nostra civiltà vengano quotidianamente trasgrediti e sbeffeggiati.
Attraverso rime articolate e un immaginario teatralmente evocato, Teatrino Clandestino immerge lo spettatore in una vera e propria situazione da concerto in cui i due protagonisti (interpretati da Fiorenza Menni e Marco Cavalcoli) cantano e si gridano l’un l’altro domande senza risposta, in una frontalità ostinata ed estroversa tutta rivolta al pubblico che è qui palesemente il loro referente privilegiato. E proprio in questa totale estroversione, il lavoro di Teatrino Clandestino poggia il suo tentativo di rivedere ancora una volta il suo rapporto con lo spettatore, che si trova coinvolto e “inseguito” senza tregua durante tutto lo spettacolo. L’impianto visivo della scenografia allude al problema della strutturazione dell’immagine e imprigiona a metà il corpo degli attori tra una cornice di neon e una trasposizione scarnificata di un’opera di Velasquez, permettendo loro allo stesso tempo una via di fuga in cui i due appaiono nella loro interezza o come ombre. I costumi, creati da giovani stilisti, completano l’emotiva contemporaneità dell’opera.
Se già il testo di Vyrypaev fa riferimento ad un immaginario musicale scandendo la drammaturgia in dieci capitoli intesi come brani di un album, i quali fanno a loro volta riferimento ai dieci comandamenti, e introducendo il personaggio del DJ, il Teatrino Clandestino nella sua interpretazione si spinge totalmente su questo versante, trasformando quello che è un immaginario teatralmente evocato in una vera e propria situazione da concerto. La musica dunque non fa da sfondo, da cornice o da decoro, alla parola ma le due si integrano totalmente in modo inscindibile, le musiche scritte appositamente per questa versione abbracciano, sostengono e a volte sovrastano il testo che nella sua traduzione (anche questa curata appositamente per l’occasione dal Teatrino) conduce il testo verso una musicalità estrema fatta di assonanze, scorrevolezze, giungendo sino alla rima. L’intero spettacolo dunque si presenta come un vero e proprio concerto di musica electro con forti riferimenti a sonorità ‘80 durante il quale, attraverso i diversi brani viene raccontata una storia come in un concept-disc, la storia appunto di Andrea e Andrea (Sacha e Sacha nell’originale russo) due giovani che si innamorano e che attraverso la storia sgangherata e tragica del loro amore ci raccontano anche di come una generazione, quella nata negli anni settanta, abbia ereditato un mondo ormai consumato e delle loro vite provinciali anche quando si svolgono in una capitale (Mosca) costernate e accompagnate da guerre ideologiche irrisolvibili e ipocrite. Di qui il non casuale utilizzo come traccia drammaturgica dei dieci comandamenti, che Vyrypaev utilizza come struttura ironica per mostrare l’ipocrisia dei fondamenti morali della nostra civiltà, la quale sembra essersi data queste dieci leggi unicamente per trasgredirle in tutto. I due attori “cantanti” propongno in modo sfrenato e crescente i dieci brani di quello che presentano come il loro ultimo album intotolato “Ossigeno” in una frontalità ostinata ed estroversa tutta rivolta al pubblico che è palesemente il loro punto di riferimento, il loro referente privilegiato. È in questa totale estroversione che il lavoro del Teatrino Clandestino, in questa occasione, poggia il suo tentativo di rivedere ancora una volta il suo rapporto con lo spettatatore coinvolgendolo nel prenderlo palesemente come referente del suo stare in scena.
La necessità di questa frontalità per il Teatrino nasce dal bisogno di dare alla propria opera una presenza differente; se in altri lavori la drammaturgia, la regia e la recitazione, ingaggiavano un gioco all’inseguimento dove si chiamava il pubblico ad inseguire qualcosa che gli sfuggiva ma che lo seduceva all’inseguimento, in questo lavoro il Teatrino si ferma si volta e comincia a correre verso lo spettatore con il tipico atteggiamento di chi insegue e non di chi è inseguito, creando un ribaltamento dell’immagine che emana dalla scena e dando una consistenza diversa alla presenza scenica. Potremmo sempre parlare di fantasmi che agitano la scena, ma facendo un paragone, se nelle ultime opere si poteva pensare di essere davanti ad una fantasmagoria (Madre e assassina), in questo caso siamo nel pieno di una seduta spiritica, con spiriti che muovono il tavolini, sbattono le porte e ci parlano con voci chiare e intelleggibili.
Gli attori sono sbalzati, tridimensionali e nitidi, i filtri sono abbandonati.
In una apparente semplicità questa opera si pone cercando di darsi per una lettura immediata che faccia sentire all’impronta la necessità del suo essere presente. È un bisogno del momento quello di dare l’immediatezza emotiva della necessità per poi ad una seconda e più meditata lettura scorgerne la profondità e la stratificazione dei segni.
Questo lavoro si struttura infatti su due livelli che corrono paralleli ma non scollegati rispetto all’ esigenze rappresentative dell’artista in questione.
Se da una parte l’aspetto musicale e dinamico della scena ci chiamano su un piano dell’immediatezza anche per la sua natura più popolare o volgare, l’impianto visivo allude al problema della strutturazione dell’immagine moderna dialogando con la struttura visuale di un’opera di riferimento quale “il Cristo in casa di Marta e Maria” di Velàsquez.
L’impianto visivo dello spettacolo infatti scarnifica il quadro per trattenerne il puro tessuto strutturale da cui parte alla volta di una composizione in cui quella che nel quadro è una rappresentazione in cui gli elementi del reale vengono rappresentati in alcuni suoi tratti cercando una mimesi (ad esempio nell’immagine che si apre sullo sfondo e all’interno del quadro) mentre in altri ribadendo l’illusorietà dell’immagine (per esempio mostrando le figure in primo piano tagliate a mezza figura dai limiti della tela), in questo lavoro il Teatrino compie il ribaltamento degli intenti, ovvero porta sul piano del reale ciò che nel quadro si muove evidentemente sul piano dell’illusorio: le due figure in primo piano, tagliate dai limiti della tela nel quadro, nel lavoro del Teatrino debordano la cornice apparendo intere all’infuori di quest’ultima e quindi mimetiche rispetto al reale, mentre le immagini nello sfondo, che nel quadro tendono a creare un’illusione di reale sfondamento, nell’immagine del Teatrino ricadono evidentemente nell’impossibilità della realtà e quindi diventano pure immagini di rappresentazione.
Il Teatrino si sofferma su questo processo attratto soprattutto dal rapporto che intercorre tra i concetti e le risultanze formali prodotte da queste due immagini e prende l’immagine del Velàsquez non come componente destrutturata e rivisitata utile alla costituzione di una sua possibilità di immagine ma come ribaltamento strutturale verso la costituzione di un concetto di immagine.